Paulo Prado apre il suo “Retrato do Brasil – Ensaio sobre a tristeza brasileira” – libro scritto tra il 1926 e il 1928 -, imputando la tristezza del Paese ad un elemento distintivo importato dai suoi scopritori europei. Nel saggio l’autore ci dice che si sommano a questo elemento due fattori determinati, che hanno accompagnato quello stupro, e che non sono generatori d’allegria: la cupidigia dovuta allo sconvolgente sfruttamento dei giacimenti auriferi e la sensualità sfrenata.
Ma la tristezza ci rimanda anche al seme fecondato in questa terra infinita e fertile: la morte dei valori rinascimentali che appartengono alla genesi della nazione. Il Brasile non ha avuto il tempo d’essere primitivo, è passato dalle chiese barocche ai grattacieli di San Paolo, che adesso punteggiano tutto il Paese, naturalmente, giusto per soluzione di incontrollabile continuità.

La stessa morte inesorabile di intere popolazioni indigene e poi di africani usati per l’estrazione dell’oro – si potrebbero formulare numeri dello sterminio talmente enormi da trasformare Hitler e Stalin in educande – entra nella logica paradossale di un Paese paziente e spietato, dove oggi la soluzione dei problemi razziali rientra nella complessa liturgia dello Stato giacobino terminale. I negri? Che diventino con pazienza bianchi. Si mettano in fila assieme agli altri per andare, tra qualche generazione, nel mondo “di là” che si sta preparando. Silenziosa sfida al futuro, sotterranea e audace, come è profonda la morte dei valori umanistici che hanno generato le fondamenta di questa società.

 

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